Sei ipotetici sopravvissuti della Storia. Vivi per anni, decenni. Secoli

martedì 12 febbraio 2013

UN CASTELLO ROSSO SANGUE



Ecco l'inizio del racconto "Un castello rosso sangue" che narra la vita vera e la presunta sopravvivenza della vampira Erzebeth Bathory. Buona lettura e...occhio al collo!





Il sangue è vita. La mia vita. Avete mai sentito parlare dei vampiri? Certo che sì, specie visto ciò che è stato inventato di recente, Internet, i blog, i film, la televisione…come potreste non sapere che significa la parola vampiro? Vi domanderete chi sono e soprattutto da quale epoca provengo. Facile intuire che vengo da un tempo in cui tutto ciò che ho elencato in precedenza non esisteva, anzi era impossibile anche solo immaginare che, un giorno, simili diavolerie sarebbero apparse sulla Terra. Però, sapete, ai miei tempi esisteva qualcosa che nei secoli non è mai passato di moda: le chiacchiere della gente. Anche oggi, in questo secolo dove avete tutto a portata di mano, anche oggi la voglia della gente di chiacchierare non si è spenta. Così, quando la “Contessa Sanguinaria” come mi chiamavano, iniziò a comportarsi in modo anomalo e le prime ragazze a sparire, la gente iniziò a parlare. Sussurri, dapprima, quasi timorosi di essere uditi, solo congetture rafforzate dalla paura, perché non c’erano ancora prove certe. Non ricordo quando, in me, iniziarono a manifestarsi i segni precoci verso tendenze omicide e quando provai per la prima volta il piacere di torturare qualcuno. Dev’esser stato comunque molto presto, poiché non ho ricordi di una me stessa diversa da quella che sono sempre stata. Elisabetta per tutti, e anche per me, è sempre stata una donna avida, terribilmente attratta dal sangue, dall’orrido, da tutto ciò che negli altri, specialmente nelle mie serve, poteva provocare il dolore e la morte. Sono la contessa Elisabetta Báthory, o meglio Erzsébet, il mio nome ungherese, sposa fin da giovanissima a vari uomini, fino all’ultimo, che però era quasi sempre assente dal grande castello dov’era la nostra dimora. Non fraintendetemi, lui sapeva, condivideva le sevizie che attuavo sulle giovani al mio servizio, per cui che fosse presente o meno per me non cambiava nulla. Vi ho detto prima che amo il sangue, ma all’inizio non fu così: ci volle del tempo per apprezzarne il gusto, l’aroma, il profumo, perché da principio percepivo solo un retrogusto amaro e un sapore di ferro che dava il voltastomaco, ma con gli anni ho saputo raffinare il mio palato e scoprire che le giovani donne sono quelle che custodiscono il sangue migliore. Per questo ne avevo sempre diverse al mio servizio, per questo mi ero inventata una falsa accademia che in realtà serviva solo per attirare giovani donne, meglio se aristocratiche, al castello, per poi imprigionarle, torturarle e berne il sangue. I miei alchimisti mi avevano convinto che il sangue aveva il potere di ringiovanire le persone, così presi a nutrirmi del sangue fresco delle mie vittime, ma anche a fare lunghi bagni immersa nel liquido rosso rubino che garantiva l’immortalità. Non ne sprecavo mai nemmeno una goccia e se capitava che qualcuna scivolasse in terra subito la raccoglievo con un dito per leccare anche quella stilla di vita. Come donna della nobiltà, nel grande castello, sola a parte i servi, mi annoiavo a morte. A parte cambiarmi d’abito e vezzeggiarmi osservandomi nei vari specchi disseminati fra le innumerevoli stanze, non avevo altro da fare tutto il giorno. Forse fu la noia, forse no, ma iniziai a pensare che forse, torturando qualcuno, mi sarei sentita diversamente: più forte, più potente. Così cominciai con una serva, colpevole di non so più quale irrisoria dimenticanza. La convocai nel salone e inizia a colpirla con una mazza, mentre urlava e cercava inutilmente di sfuggirmi. Le sue urla raggiunsero gli angoli più bui del castello e terrorizzarono tutti gli altri servi. Quando l’ebbi finita, ordinai ad uno di loro di scavare una fossa e buttarcela dentro. Questi non esitò, vedevo il terrore dipinto sul suo volto.

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