Sei ipotetici sopravvissuti della Storia. Vivi per anni, decenni. Secoli

martedì 2 aprile 2013

DI NOME VALENTINO-COME INIZIA LA STORIA DI CESARE BORGIA NEL LIBRO SOPRAVVISSUTI


DI NOME VALENTINO

Saprete già la mia Storia, e scrivo Storia con la S maiuscola perché tale è stata la mia, poiché è impossibile per chiunque non conoscerla, come non conoscere chi sia stato io. Ho avuto tutto dalla vita: denaro, possedimenti, donne e ad un certo punto ho perso ogni cosa, vi pare giusto che un essere umano debba assistere ad un simile disfacimento? Non versai lacrime quando capii che tutto era perduto, non ho mai pianto una sola stilla salata in tutta la mia esistenza perché le ingiustizie in casa Borgia si punivano con la spada, non certo con le lagne. Ma allora, nel momento del declino, non potevo affrontare nessuno con la mia spada e così, mentre tutti pensavano di aver finalmente eliminato il Valentino, Cesare Borgia viveva e vive tutt’ora, anche se vecchio e con poco, forse, da vivere ancora. Sono figlio di un Papa che per me aveva scelto la carriera ecclesiastica, non lo trovate divertente? Dovevo incarnare i valori di moralità, onestà, giustizia che mai erano stati più lontani da un essere umano che da me (e da mio padre, specialmente per quanto concerne la moralità), per quanto la Chiesa stessa spesso se ne discostasse. Mi sono sempre chiesto perché, se Gesù predicava con pochi mezzi, la Chiesa sia invece avida di possesso, di magnificenza, in una parola: di denaro. Mio padre non era certo da meno e fin da bambino mi educò con questa filosofia, così come fece con i miei fratelli. Avere era il verbo che più amavamo, avere, possedere di tutto e di più, arricchirsi e con qualunque mezzo anche, e forse soprattutto, quelli illeciti. Mi divertivo a seguire gli intrallazzi di mio padre e di coloro che gli gravitavano intorno, ma credo che la ferocia con cui m’impossessai di vasti territori e condannai a morte molti nemici fosse un qualcosa di unico, di solo mio, non ereditato ma unico anche se avevo sangue Borgia nelle vene. Con questa ferocia uccisi il mio stesso fratello, che mio padre aveva destinato alla politica: volevo essere io l’unico per il Papa, il preferito, e con la politica avrei potuto dare sfogo alle mie brame di successo e di potere e così fu, perché deposi la porpora cardinalizia e mi dedicai anima e corpo alla politica. Non meravigliatevi di questo fatto: le uccisioni tra familiari, specie tra fratelli, erano ai miei tempi un fatto normale, così come lo sfruttare le donne della propria famiglia per i propri fini, come feci io con mia sorella Lucrezia. Debbo dire che Lucrezia era davvero una donna fuori dal comune: oltre che bella, era intelligente, conosceva la politica e s’interessava delle arti, amava la poesia e parlava varie lingue. Avevamo un rapporto stretto, tanto che in molti malignarono su questo, ma per me si trattava solo di una donna, in quanto tale sacrificabile per le mie mire politiche, così come in precedenza aveva fatto mio padre.

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