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martedì 16 settembre 2014

ANNA BOLENA: ANTICIPAZIONE






Finora i due sondaggi del blog (il conteggio si è misteriosamente azzerato ed è ripartito) comunque vedono per entrambi come preferenza la misteriosa Anna Bolena. Ecco allora per voi un’anteprima del racconto. Come andrà a finire? Scopritelo leggendo il libro Sopravvissuti (lo trovate online cartaceo o ebook, richiedendomelo a larazavatteri@gmail.com e presto in val di Sole (Trentino) alla cartolibreria Pini di Malè).




LE SEI DITA

Dicevano che era un segno di stregoneria o, peggio, della presenza del demonio. Fin da bambina mia madre mi faceva indossare abiti con le maniche lunghe, capaci di nascondere quell’imperfezione e la cosa funzionava, perché nessuno solitamente se ne accorgeva finché non ero io a fidarmi abbastanza da confessarlo. Poche persone sapevano di quel mio segreto ma nonostante questo io me ne vergognavo come se tutta l’Inghilterra ne parlasse. Su una delle mie mani era cresciuto un pezzo di carne che doveva essere un sesto dito, ma che per fortuna non si era sviluppato del tutto. Avere una mano con sei dita voleva dire essere segnati per sempre, essere notati, essere considerati diversi, pericolosi, persone da cui stare alla larga. Se, come nel mio caso, un sesto dito-o ciò che poteva essere identificato come tale- cresceva sulla mano di una donna, allora questa era comunemente riconosciuta come una strega. Ecco perché dovevo nascondere il mio sesto dito, benché non fossi una strega né nulla di simile, ecco perché allungavo sempre le maniche degli abiti in modo che il pizzo coprisse quell’escrescenza da sguardi indiscreti. Neppure Enrico, re Enrico VIII, che divenne mio marito, lo notò, finché non fui io a mostrarglielo. In seguito, questa mia fiducia mi si ritorse contro: quando venni ingiustamente accusata di stregoneria, Enrico nominò anche questi mio difetto fisico per avvalorare la sua tesi e rafforzare le sue accuse contro di me. Disse che l’avevo stregato, che per colpa mia e di chissà quali malefici aveva lasciato la regina Caterina, allontanato da sé la figlia Maria e iniziato una guerra con la chiesa. Naturalmente, nulla di tutto questo era vero: Enrico si era semplicemente innamorato di me e il resto era stato frutto di sue scelte e iniziative, anche se devo ammettere che non feci mai nulla perché, almeno, si riavvicinasse a Maria e fui felice quando il re decise di essere lui stesso a capo della chiesa. Quanto a Caterina, di cui ero stata dama di compagnia, mi era indifferente. Allontanata dalla corte, restava per me solo una figura scialba, sfiorita, la cui unica consolazione stava nella fede. Ma, in fondo, non erano forse i suoi genitori, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, coloro che venivano chiamati “i Re Cattolici?”. La mia storia, o gran parte della mia storia, la conoscete già. Sapete del mio matrimonio segreto con Enrico, della nascita di mia figlia Elisabetta, di quando ero all’apice e del momento in cui tutto cadde rovinosamente ai miei piedi. Conoscete anche la storia della mia morte, o di quella che tutti credono sia stata la mia morte. Decapitazione, una modalità di sbarazzarsi delle sue mogli che Enrico adottò anche dopo di me e in generale, per l’Inghilterra di allora, quando ero ancora giovane, un modo per disfarsi in fretta dei nemici o delle persone ritenute sgradite. Non so esattamente quando maturò in lui la volontà di eliminarmi, credo sia stato un processo graduale, iniziato quando si rese conto che nemmeno da me, come era accaduto con la regina Caterina, avrebbe avuto un erede maschio, ovviamente, ebbe il suo culmine quando conobbe Jane Seymour e se ne invaghì. Credevo fosse una delle tante avventure che il re si concedeva, invece se ne innamorò perdutamente e non fece nulla per nasconderlo. Mi umiliava, cercava in tutti i modi di ignorarmi, ballava con Jane durante i pranzi di corte e in tutte le occasioni ufficiali, mentre tutti gli occhi erano puntati su di me, in attesa di una mia reazione. Non è un mistero che alla corte e al popolo io non piacessi, non avevano mai dimenticato Caterina e credo che pensassero tutti che meritavo quel trattamento da parte del re. Avevo molti nemici e pochi amici a corte, tra cui mio fratello, Marc Smeaton e coloro che, in seguito, saranno accusati di essere stati dei miei amanti. Solo loro avevano simpatia per me e mi manifestavano compassione per ciò che stava capitando al mio matrimonio: mio padre, che con i suoi intrallazzi mi aveva spinto tra le braccia di Enrico, era preoccupato solamente di perdere il suo posto a corte e i suoi privilegi. Come a dire che, se cadevo io, sarebbe caduto anche lui, e questo non poteva sopportarlo. Enrico aveva iniziato anche a raccontare in giro che l’avevo stregato, che per colpa dei miei sortilegi era stato indotto ad abbandonare Caterina e sua figlia, a staccarsi dalla chiesa di Roma e ad alcuni raccontò anche delle mie sei dita. In molti credevano che fossi sul serio una strega e che era da imputare a questa mia condizione ogni scelta fatta da Enrico negli anni da quando mi aveva conosciuta. Com’era stato facile, per Enrico, scrollarsi di dosso la responsabilità delle sue azioni! Tutto per colpa di una donna, o meglio di una strega. Negli ultimi tempi in cui vivemmo insieme, divenne chiaro che Enrico stava cercando di liberarsi di me. Non mi ero illusa nemmeno per un attimo che tutto si potesse risolvere come per Caterina che, pur umiliata, era stata allontanata dalla corte ma almeno non era stata uccisa. Siccome il popolo mi odiava, Enrico certamente sapeva che, eliminando me, la causa di tutti i suoi mali, avrebbe riconquistato l’affetto della corte e della gente. Jane era molto diversa da me, sembrava non avere ambizioni ed era la dolcezza fatta persona. Io invece avevo sempre nutrito molta ambizione, spinta anche da mio padre e dai miei parenti e sapevo essere ostinata e dura, a volte. Lei era tutto ciò che io non ero mai stata, lei sarebbe stata la perfetta regina per Enrico. Proprio perché non nutrivo illusioni, ero certa che Enrico mi avrebbe fatta arrestare e uccidere. Quello che non potevo prevedere era che avrebbe coinvolto anche mio fratello ed altri uomini, miei presunti amanti. Credevo che la sua rabbia si sarebbe concentrata solo sulla mia persona, così all’insaputa di tutti, preparai per tempo la controffensiva. Sapevo che mio padre era sempre stato un libertino e avevo fratellastri e sorellastre un po’ in tutta l’Inghilterra, per quanto lui si prodigasse per rispettare le apparenze. Solo noi della famiglia eravamo al corrente di questa situazione e solamente io conoscevo una ragazza di due anni più giovane di me che un occhio inesperto avrebbe potuto scambiare proprio per Anna Bolena. L’avevo incontrata per caso anni prima, quando ancora non conoscevo Enrico. Ero una brava amazzone e quel giorno, avrò avuto quindici anni, uscii a cavallo verso la campagna intorno a Londra. Ero sola, benché mio padre giudicasse sconveniente che una ragazza cavalcasse e per di più se ne andasse in giro senza l’accompagnamento di un uomo, ma era proprio quella libertà che cercavo, lontana da tutti, perciò anche quel giorno uscii quasi di nascosto, senza dire a nessuno dove ero diretta. In realtà non sapevo nemmeno io qual’era la mia meta, mi lasciavo trasportare dal cavallo senza pensare a dove mi stava conducendo. Fu così che ad un certo punto mi ritrovai in un luogo che non conoscevo, molto lontano dalla campagna che frequentavo solitamente, senza sapere come tornare indietro. Mi guardai intorno ma non c’era altro che campagna a perdita d’occhio, nessuno a cui chiedere aiuto. Iniziai a spaventarmi, perché non avevo idea della strada che avrei dovuto imboccare per uscire da quel paesaggio che sembrava tutto identico. Udii dopo un po’ un rumore d’acqua, come se non lontano scorresse un fiume e pensai di incamminarmi in quella direzione perché forse, seguendo l’acqua, sarei riuscita a ritrovare la via. Dopo poco, infatti, scorsi il fiume e mi fermai per abbeverare il mio cavallo. Fu in quel momento che vidi avvicinarsi una figura con un secchio colmo d’acqua in mano, una ragazza che nella penombra, perché nel frattempo era scesa la sera, non vedevo bene. Me ne rallegrai, avrei potuto chiederle aiuto, ma quando fu più vicina lasciai le briglie del cavallo e non riuscii a trattenere un grido. La ragazza che mi stava di fronte mi assomigliava in una maniera sconvolgente, tanto che non riuscivo ad articolare parola per la sorpresa.

“Si sente bene signora?” mi chiese, mentre la fissavo come impazzita.

“Chi sei?” le domandai

“Mi chiamo Margaret” disse lei “ e voi dovete essere Anna Bolena”

“Come sapete chi sono?” le chiesi bruscamente.

“Lo so perché mio padre è Tommaso Bolena, vostro padre”.

“Mentite” risposi sdegnata, perché all’epoca ancora non sapevo nulla delle infedeltà di mio padre. Lei non rispose nulla, si limitò a salutarmi e andarsene per la sua strada, con il secchio in mano, forse verso qualche casa che, da lì, non riuscivo a scorgere.

Non mi era neppure passato per la testa di domandarle indicazioni per tornare sulla strada conosciuta, così vagai per un pezzo, come in un sogno, incapace di credere alla rivelazione di quella ragazza. Alla fine, ormai a notte fonda, mi ripresi e seguii il fiume, che come previsto mi riportò sulla via che conoscevo. Arrivai a casa molto tardi e mio padre attendeva sulla porta. Prima che potesse dirmi qualsiasi cosa sul mio ritardo, però, lo bloccai subito.


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